100 pastori kirghisi in Sardegna, il progetto di Coldiretti per salvare l'isola
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Foto – gianlucauda.com

I pastori kirghisi in Sardegna per salvare i nostri allevamenti e le nostre tradizioni agroalimentari, lo strano progetto di Coldiretti

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In Sardegna sta per accadere qualcosa che ha dell’incredibile e che molto probabilmente non sarà proprio una cosa gradita all’unanimità.

Un progetto pilota, professionale e sociale, così lo definisce Coldiretti nel comunicato pubblicato 2 giorni fa . L’accordo tra il Ministero del lavoro del Kirghizistan e Coldiretti, prevede l’arrivo di circa 100 pastori kirghisi in Sardegna, uomini di età compresa tra i 18 e i 45 anni con capacità professionali specifiche nel settore primario, di cui tra questi chi vorrà, potrà trasferirsi nell’isola con moglie e figli.

Il progetto prevede che i pastori kighisi in Sardegna seguiranno un percorso di formazione ed integrazione nel tessuto economico e sociale della Regione, mentre le rispettive mogli potranno trovare opportunità lavorative nel settore dell’assistenza familiare.

L’obiettivo, per quanto riguarda gli immigrati kirghisi in arrivo, è quello di creare opportunità di lavoro stabile e nel pieno rispetto della legalità sia in termini di servizi sociali che per il mondo produttivo, in particolare quello agro-pastorale. L’accordo – spiega la Coldiretti – prevede contratti di apprendistato e poi contratti a tempo indeterminato con la possibilità di occupare le tante case sfitte nei piccoli centri dell’Isola.

Infatti i primi 100 pastori kirghisi in Sardegna, saranno distribuiti nello specifico in tre distretti rurali tra Sassari, Barbagie e Sarrabus.

Per quanto riguarda la Sardegna, l’obiettivo è un altro, ovvero salvare gli allevamenti e la tradizione agroalimentare della Sardegna, ma anche ripopolare città e campagne a rischio desertificazione.

Un progetto di medio – lungo periodo che porterà all’inserimento di migliaia stranieri, a seconda della domanda – specifica Coldiretti.

Un progetto che potrebbe anche sembrare ammirevole per quanto riguarda l’integrazione e vantaggioso per la nostra isola, di sicuro in linea con le politiche che vedono gli immigrati come preziose risorse, ma che inevitabilmente in qualche modo escludono e abbandonano il proprio popolo.

Immigrati: arrivano i pastori kirghisi per salvare la Sardegna, questo è il titolo del comunicato di Coldiretti, che ha sentirlo lascia un pò di amarezza, soprattutto supponiamo, tra i nostri pastori sardi che da sempre e in particolare negli ultimi anni, lottano con fierezza per ottenere il rispetto che merita il loro duro lavoro, ma soprattutto per il riconoscimento del loro sacrosanto diritto alla dignità di un giusto ed equilibrato rendimento economico

Questo titolo, seppur con tutte le buone intenzioni, suona proprio male, quasi come uno schiaffo morale nei confronti dei nostri pastori sardi, che al contempo sminuisce e vanifica tutti gli sforzi e i sacrifici fatti in questi anni per resistere.

I pastori kirghisi in Sardegna, riceveranno sicuramente un’accoglienza che solo i sardi sanno offrire, ma è molto probabile che questo progetto non sarà condiviso, in quanto ampiamente discriminatorio e sminuente per tutti i sardi, perché è vero che stiamo assistendo a uno spopolamento continuo del nostro entroterra e non solo, ma é anche vero che moltissimi giovani tentano disperatamente in ogni maniera di non abbandonare la propria terra, spesso mettendosi in gioco, rischiando, investendo grossi capitali e qualche volta anche fallendo, ma non di sicuro causa loro. 

In particolare nel settore agro-pastorale, esistono tante nuove realtà create da giovani intraprendenti e appassionati, saldamente legati alle proprio radici e tradizioni, che si impegnano ogni giorno nonostante le mille difficoltà e i tantissimi sacrifici, per realizzare i loro i sogni e i loro progetti.

Queste sono le persone a cui si dovrebbe dare attenzione, ascolto, considerazione, aiuto e rispetto, i sardi sono le nostre risorse, secondo il nostro punto di vista.

I pastori kirghisi in Sardegna, dovrebbero essere un valore aggiunto e non una sostituzione etnica, un espressione troppo dura forse, ma che potrebbe essere presto una amara realtà.

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