Carcere dell'Asinara, 112 anni di servizio e un solo evaso
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Il carcere dell'Asinara era considerato una sorta di "Alcatraz"

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Carcere di massima sicurezza in un paradiso naturale

Oggi è un Parco nazionale che attira turisti da tutto il mondo, dal 1885 al 1998 l’Asinara è stata la base di un carcere di massima sicurezza, considerata da tutti, l’Alcatraz italiana.

Le celle dell’Asinara hanno infatti accolto tra i più pericolosi personaggi della malavita del nostro Paese, dai brigatisti ai boss mafiosi, primo fra tutti il boss di “Cosa nostra” Totò Riina, che nelle celle dell’isola scontò quattro anni.

Altri personaggi di spicco della criminalità furono rinchiusi nelle celle dell’Asinara, Raffaele Cutolo (boss della Camorra),  Leoluca Bagarella (affiliato al clan dei corleonesi), Renato Curcio (Capo Brigate Rosse), quest’ultimo, protagonista della famosa rivolta del 1979 scoppiata all’interno del carcere, organizzata dagli stessi brigatisti reclusi. Con l’aiuto di persone dall’esterno, i detenuti erano riusciti ad introdurre in carcere pochi giorni prima un discreto quantitativo di esplosivo.

Obiettivo della rivolta era quello di rendere inagibile la struttura, così da essere trasferiti altrove, poiché le condizioni di vita all’interno della struttura erano di carcere duro, con i detenuti in isolamento perenne e celle molto piccole.

Inespugnabile, o quasi, dotata di rigorosi sistemi di sicurezza, l’isola servì non a caso anche a proteggere Falcone e Borsellino prima dell’inizio del maxi processo contro i mafiosi.

L’evasione

Il carcere dell’Asinara può considerarsi una fortezza, in quanto solo due detenuti riuscirono a fuggire nei suoi 112 anni di attività, solo uno però ha un nome: parliamo del lulese Matteo Boe, uno dei principali esponenti del banditismo sardo.

Arrestato e condannato a 16 anni di carcere a seguito del sequestro di Sara Niccoli, Boe riuscì a fuggire dall’Asinara il primo settembre 1986.

In questa impresa fu aiutato da un compagno di cella, Salvatore Duras (non riuscì a fuggire) e dalla sua ex compagna Laura Manfredi, che lo attese su un gommone.

Per questa evasione si vide infliggere altri 4 anni di carcere.

La storia però parla di un’altra evasione, senza nome. Per essere precisi, nel 1962, c’è stato un altro detenuto che con una barchetta era fuggito sino ad arrivare alla Pelosetta.

C’era un detenuto a Campu Perdu che per due settimane si è finto malato. Si metteva nel letto sempre rannicchiato nella stessa posizione, di spalle alle guardie, sotto una coperta, con un berretto.

Era giugno e quel giorno, al posto suo, nel letto c’era un fantoccio. Aveva rubato un’anguria, grande come una testa, e una sella fatta di peli, che al buio sembravano i capelli. Poi aveva riempito le calze, per simulare i piedi. E quando la guardia aveva fatto i controlli, invece di chiamarlo era passata oltre.

Il detenuto aveva divelto una finestrella , scappato sul tetto, e poi era andato dritto a Cala Reale. Era salito sulla barca in legno, sciolto la cima, fissato i remi con delle corde, e aveva vogato su quella lancia pesantissima per ore, prima di approdare alla Pelosetta. 

I pescatori raccontano di averlo visto, a bordo della barca, sbattere contro gli scogli, in occhiali e paglietta, salutare, fermarsi a fumare una sigaretta, e infine incamminarsi e sparire.

Ma la fuga durò pochissimo, i carabinieri lo trovarono due giorni dopo a San Giovanni, mentre saliva su un treno.

Il 12 agosto del 1979 un altro tentativo di evasione, due detenuti riescono ad uscire dal carcere di massima sicurezza dell’Asinara. A compiere l’impresa sono Giampiero Aimo e Abbate Santo.

Nessuno dei due arriva a destinazione poiché il primo annega trasportato dalle correnti, mentre del secondo non si ha più traccia.

Secondo alcune voci pare che si sia nascosto per anni nell’Isola.

Entrambi credevano che il tratto che separa il carcere dal resto dell’isola fosse breve, ma si erano sbagliati. Il corpo di Aimo è stato ritrovato al largo di Casteldardo con due borse d’acqua calda. 

Gli inizi da colonia penale agricola 

La storia delle carceri dell’Asinara inizia lontano nel tempo, nel 1855, quanto i circa 500 pastori e pescatori stanziati sull’isola vennero allontanati per regio decreto: l’isola venne infatti trasformata in una stazione sanitaria di quarantena e in una colonia penale agricola.

In quel periodo, dunque, sull’Asinara spuntarono le prime celle.

Durante la prima guerra mondiale, però, fu l’intera isola a diventare un’unica grande galera: furono infatti dirottati sull’Asinara circa 25.000 prigionieri austro-ungarici, portati fino a qui per restare sotto osservazione sanitaria.

Quante e quali sono le carceri dell’Asinara?

Sono una decina le diramazioni delle carceri dell’Asinara, sparse per tutti i 52 chilometri quadrati dell’isola, ognuna delle quali è andata nel tempo a raccogliere dei detenuti di tipo diverso, a seconda dei crimini commessi.

La prima struttura di detenzione ad essere costruita è stato quella di Fornelli, a sud dell’Isola. Negli anni Settanta diventò un carcere di massima sicurezza, per ospitare esponenti delle Brigate Rosse e dell’Anonima Sarda. Altro carcere di massima sicurezza dell’Asinara è il bunker di Cala d’Oliva, che  ospitò Riina e Cutolo.

Sull’isola sorgono poi il carcere di Santa Maria, che raccoglieva detenuti per spaccio, quelli di Tumbarino, di Stretti, di Trabuccato, di Campo Faro, di Capo Perdu, di Sa Zonca e di Elighe Mannu.

Oggi le ex Carceri dell’Asinara sono tra i rari edifici che svettano in questo territorio altrimenti incontaminato, che conosce un’invidiabile biodiversità, contando per esempio più di 80 specie di vertebrati terrestri.

E così, i visitatori che si abbandonano a emozionanti escursioni all’Asinara, tra spiagge isolate e macchia mediterranea, possono toccare con mano alcuni degli edifici che, nel bene e nel male, sono stati tra i protagonisti della Storia sarda e italiana del novecento.

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